Gian Luca Ranno, Ceo e co-founder di Gnammo, la prima app italiana per il social eating è stato ospite di Heroes, meet in Maratea, dove ha partecipato al coinnovation lab su Sicurezza alimentare e agricoltura sostenibile ed è stato a cena da una famiglia di marateoti desiderosi di trasformare la loro casa in un Home restaurant per una sera.

Ci siamo fatti raccontare le nuove sfide che Gnammo sta affrontando: dalla proposta di legge sulla Sharing economy alla collaborazione con gli enti locali per promuovere turismo e prodotti tipici.

I Cuochi di Gnammo li vedi più come autoimprenditori o come socializzatori/condivisori?

I Cuochi di Gnammo sono prima di tutto degli aggregatori. Mi spiego meglio, attorno alla loro passione alle loro storie raccolgono persone che si incontrano e lo fanno a tavola, dove i meccanismi di socializzazione sono i più veri e antichi del mondo. L’aspetto imprenditoriale è un fattore secondario, anche perché stiamo parlando di una community di Cuochi di casa e quindi di persone che offrono i loro servizi saltuariamente.

Se poi qualcuno di loro dovesse essere bravo e sentirsi di intraprendere un percorso imprenditoriale, noi saremmo molto felici di aver trasformato una passione in un lavoro e stiamo lavorando anche in questa direzione, per apparecchiare un posto a tavola per i futuri imprenditore dell’home restaurant.

Sei andato a cena dai Cuochi di Gnammo? Che esperienza è stata?

Vado spesso a cena dai Cuochi di Gnammo a incontrare gli Gnammers della community e la costante è sempre la stessa: persone che ritrovano la bellezza della scoperta, scoperta di una nuova casa, di una nuova cucina di nuove persone che hanno tante storie da raccontare e, perché no, anche di qualche nuovo amico.

Gnammo  è frutto della fusione di due startup, una del sud e una del nord. Che differenze ci sono, se ci sono, tra le due Italie a tavola?

A livello culinario come sappiamo l’Italia è equamente ricca dal nord al sud, sicuramente la differenza sta nei modelli di vita. Nelle grandi città metropolitane, Gnammo funziona meglio perché la gente vive ritmi più caotici e la necessità di rallentare e fare nuove amicizie, quindi di socializzare attorno alla tavola è maggiore rispetto a tanti luoghi in cui i valore della socialità è ancora ben radicato nel modello quotidiano.

Si può instaurare un rapporto virtuoso tra Gnammo e gli enti locali, soprattutto in tema di turismo e promozione dei prodotti locali?

Noi abbiamo già avviato diverse collaborazioni con produttori locali, come produttori di oli, farine, pasta, miele per portare sulle tavole di Gnammo i loro prodotti e creare un nuovo canale di diffusione. Per quanto riguarda il turismo, su Gnammo c’è una sezione dedicata, chiamata special dinner, che offre luoghi dal valore storico in cui vivere l’esperienza del social eating. Insomma stiamo lavorando su entrambi i fronti.

È vero che i migliori affari si concludono a tavola?

Dipende cosa intendi per migliori affari, se è trovarsi una moglie è già successo su Gnammo, se parli di soldi anche, io credo che la tavola agevoli qualsiasi tipo di relazione e di… affare!

Una domanda scomoda: è difficile per i Cuochi di Gnammo fare tutto in regola con le leggi sulla somministrazione di cibi e bevande? Come vi ponete nei confronti dei ristoratori tradizionali?

Noi di Gnammo siamo stati i primi in Italia a dotarci di un codice etico di autoregolamentazione che ponesse dei paletti e delle regole al servizio e fin da subito ci siamo mossi per lavorare a una regolamentazione a livello nazionale.

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